Si parte da Roma e fino a Salerno l’Italia è un paese occidentale. Dopo, 400 km di un’autostrada inesistente ci hanno condotto nei luoghi dell’infamia. Un viaggio tra la neve e la pioggia lungo più di 7 ore che ci concede solo al suo termine quello splendido scorcio d’acqua tra Scilla e Cariddi. Siamo a Reggio Calabria, a 60 km da Rosarno, dove poco prima abbiamo lasciato Salim che cerca il suo padrone.
Gli deve lo stipendio di 18 giornate di lavoro: 300 euro. Salim è un ragazzo africano, schiavo degli aranceti, anche lui cacciato da Rosarno il 7 gennaio, con la minaccia delle spranghe e delle fucilate. L’abbiamo conosciuto a Roma insieme a tutti gli altri. Trentasette giorni dopo la fuga precipitosa si ritrova lì alla stazione, in cerca dei suoi vecchi compagni che non troverà.
Arriviamo nel reggino in tarda serata. Clima mite, Lungomare da favola. Eppure di domenica sera è il deserto. Una città strana, di grandi contraddizioni, ci raccontano i ragazzi di Reggio. Il centro ben curato, la periferia totalmente abusiva. Milioni di euro spesi in feste e spettacoli, ma si beve l’acqua minerale perché quella del rubinetto è salmastra. In troppi stanno a casa mentre la ‘ndrangheta mette le bombe in procura, si candida alle regionali, decide tutto.
All’indomani andiamo alla presentazione del dossier su Rosarno: in Piazza Italia tutto è presidiato. I carabinieri sorvegliano la Prefettura, dove la commissione parlamentare antimafia in missione ascolta magistrati e addetti ai lavori sul caso Calabria. Un buco nell’acqua: come al solito ognuno tira acqua al suo mulino, fosse anche quello delle cosche. C’è anche la commissione del Parlamento europeo in viaggio di ricognizione, con Borghezio al seguito (sic).
Noi siamo su un lato della piazza, in Provincia. Nella sala della biblioteca c’è tanta gente. L’associazione daSud presenta il Dossier “Arance Insanguinate”: la ‘ndrangheta c’è, il razzismo pure, siamo tutti sconfitti, dicono. Ma c’è anche la proposta: ripartire, organizzare, riattraversare quegli spazi che oggi sono negati. La sala approva, ma con il freno a mano, quasi con rassegnazione. Una testimonianza sposta l’equilibrio. Una giovane studentessa racconta l’esperienza del No Mafia Day a Rosarno lo scorso 23 gennaio, un corteo pieno di giovanissimi della Piana di Gioia Tauro. È solo un punto di partenza, dai contenuti ancora deboli. Però è la testimonianza che qualcosa si può ancora fare: dal no al Ponte delle mafie all’opposizione a lavoro nero e razzismo. È c’è già un altro appuntamento: il 13 marzo un No Mafia Day proprio a Reggio Calabria.
Ma dopo il pensiero ritorna a Salim che in cerca del padrone, percorre avanti e indietro le campagne della Piana senza trovarlo e che in una telefonata ci dice che domani ci riproverà.
Intanto da Roma ci chiama Paulo, un ragazzo della Guinea portoghese che viveva a Rosarno, che sa della nostra presenza a Reggio e ci chiede di poter parlare con alcuni africani che vivono nelle campagne. È strano: sapevamo che a Rosarno non c’era rimasto quasi nessuno dei lavoratori africani, ci avevano detto erano andati tutti via! Che fare? Ci guardiamo e decidiamo. La mattina appena svegli ci precipitiamo alla stazione della città dove infatti ci aspettavano tre ragazzi. Ci chiedono di seguirli e ci portano nelle loro case nel quartiere vecchio del paese: il quartiere Corea.
C’è tensione, silenzio inquietante ma loro sono tranquilli. Una volta dentro le loro stanze dai tanti letti che costano cadauno 50 euro al mese, siamo costretti ad uscire perché non entravamo tutti. Sono in venti, vogliono parlare con noi, tirano fuori i documenti, sul loro volto si legge finalmente una speranza: forse qualcuno li può aiutare. Si forma un piccolo assembramento che invade la stradina, le nostre chiacchiere rompono il silenzio. Non si affaccia nessuno, anche se da dietro le grate della finestra qualcuno si domanda cosa stia succedendo, e un uomo che parcheggia la sua auto li vicino ci sorride.
Ma resta la tensione, ci guardiamo continuamente attorno: qualcuno ci segue, un ragazzo dal cappuccio rosso ci guarda dal fondo della strada, una macchina si ferma, il conducente abbassa il finestrino e compie un paio di giri dell’isolato e poi va. A Rosarno ci si deve muovere come in una realtà sotto occupazione. E non per scherzo.
Intanto uno per volta ci raccontano cosa succede, ci dicono che sono tantissimi (almeno duecento, forse molti di più), e una buona parte non si è mai mossa da lì. Che adesso vivono in gran parte a 7 km da Rosarno dietro la collina... ce la indicano, tentando di mostrare la distanza e quindi la fatica che ogni mattina devono affrontare per arrivare in città. Ci dicono che la situazione è di gran lunga peggiorata, uno di loro che vive lì da quattro anni ci racconta di sputi addosso e insulti e che come alla fine della stagione ogni anno tentino in tutti i modi di cacciarli! “Non serviamo più? Non siamo più utili? E allora ci sparano”.
Ma il loro problema restano i documenti, l’essenziale per diventare persone con nomi e cognomi, ognuno con la propria storia conservata in una cartellina pronta ad essere mostrata in questura, alla commissione, da quando sbarcano a quando devono lavorare. Sono tutti richiedenti di protezione internazionale, tutti fuggono da situazioni intollerabili, con la speranza di veder riconosciuti i loro diritti. Ci chiedono di poter fotocopiare i loro documenti, dopo avergli spiegato la battaglia che in molte città decine di associazioni stanno conducendo per i lavoratori africani di Rosarno. Uno di loro aveva un appuntamento in questura a Roma, non ci è andato perché non aveva soldi per il treno perché il lavoro ormai è poco ed è difficile guadagnare qualcosa.
Scendiamo sulla via Nazionale per fare le fotocopie insieme al alcuni ragazzi. Gli altri restano a casa, affidandoci i loro documenti e la loro vita: un segno di grande fiducia. Sono molto rispettosi e mostrano grande dignità. Chissà, se avessero la possibilità di trovare un interlocutore affidabile, la rabbia africana che ha animato le due rivolte degli ultimi mesi potrebbe trasformarsi in un progetto politico, di autorganizzazione e rivendicazione.
Alcuni abitanti ci chiedono se siamo giornalisti con la preoccupazione di raccontare la versione giusta dei fatti. Sembrano ossessionati dai giornalisti: vedono il complotto ovunque. Ci dicono che in tv hanno trasformato i criminali in vittime e le vittime in criminali. È strano perché tutti sanno come vivono gli africani a Rosarno, quanto sono sfruttati e come sono perseguitati. Eppure sembrano contare solamente alcuni episodi: le macchine sfasciate, i vetri rotti, il caos della rivolta. Per i rosarnesi quella dei migranti non è stata una rivendicazione di diritti, ma solo barbarie. Ognuno vede quello che vuol vedere.
Un signore di mezza età ci racconta la sua vita da emigrante in Germania. Ora è tornato e sono stati i suoi figli a partire. Dice che ne ha passate tante e capisce bene la condizione degli africani che vivono adesso nel suo paese. Ne ha salvati parecchi nei giorni della caccia al nero. Eppure anche secondo lui gli africani sono colpevoli, perché hanno reagito. Sembra quasi un complesso di inferiorità: a Rosarno da diversi decenni davvero in pochi hanno osato alzare la testa. Invece gli africani lo hanno fatto. Questo signore dal viso buono ci dà anche una risposta alle domande che non osiamo fargli: si sentono soli a Rosarno, ecco perché stanno tutti in silenzio.
Con un bagaglio pieno di emozioni contrastanti, ripartiamo. Ma la buona notizia, almeno una, arriverà più tardi: Salim ha trovato il padrone e recuperato i suoi soldi. E un pezzetto dei suoi diritti.
Giovanna Cavallo - Action
Alessio Magro - daSud



