UN MOVIMENTO VERSO ROSARNO. TUTTI INSIEME

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di Celeste Costantino, Alessio Magro
La 'ndrangheta è stata protagonista dei fatti di Rosarno. Chi nicchia o lo nega è in malafede o non capisce nulla di ciò che accade in Calabria. La 'ndrangheta domina: lo dice (persino in tv) e lo dimostra sul campo. La 'ndrangheta ha stracciato la democrazia: è questo che rende Rosarno un caso nazionale. Che ci interroga tutti, travolgendo ogni paradigma valido fino a ieri. È la 'ndrangheta ad avere guidato la «caccia al negro» e la manifestazione del comitato civico (nella quale non ha avuto cittadinanza lo striscione antimafia degli studenti) ne è solo una conferma. In paese nessuno protesta, chi lo fa viene isolato. La gente abbassa la testa, per paura o ignavia, perché è sola. Ecco perché chi rivendica diritti e chiede di essere pagato è vissuto come un nemico da colpire. È una questione di prestigio: chi controlla il territorio ha vissuto la rivolta come una lesa maestà, cavalcando la rabbia dei cittadini impauriti.
Che esista un collegamento con la 'ndrangheta l'ha ipotizzato anche il commissario prefettizio di Rosarno dicendo che la rivolta potrebbe essere un diversivo voluto dai clan per distogliere l'attenzione dalla bomba alla procura generale di Reggio Calabria. Quello che è certo è che in Calabria la classe dirigente è sotto schiaffo, le cosche comandano nei partiti, le spinte per influenzare il voto delle regionali sono fortissime, lo Stato non ha mai fatto sentire la sua presenza.
Non che non esista l'elemento razzista. Anzi, il razzismo c'è, è forte e rappresenta la benzina su cui divampa il fuoco della subcultura mafiosa. Da questo binomio dobbiamo partire per fare analisi e ragionare sul "che fare" oggi che di Rosarno si parla in tutto il Paese, che siamo alla vigilia dell'assemblea nazionale antirazzista del 24 gennaio e della prima edizione dello sciopero dei migranti del primo marzo.
L'associazione daSud ha aperto la sua sede romana a una sorta di assemblea permanente (con associazioni, partiti, movimenti, centri sociali, artisti) per tenere alta l'attenzione su Rosarno (dopo le arance insanguinate a piazza Navona ci prepariamo al sit-in davanti alle prefetture il 19 gennaio) e, da lì, sulla malintesa voglia di sicurezza di questo Paese. Rilanciando una mobilitazione nazionale sui temi dell'antirazzismo e contro il lavoro nero (che sia «il più larga possibile», si legge nell'appello diffuso via web), che coinvolga associazioni, partiti, sindacati e realtà territoriali, la chiesa e i comitati nati su internet, che lavori a una rete nazionale di solidarietà e alla costruzione di «un movimento capace di dare un segnale forte sul caso Rosarno, radicare il dissenso, progettare l'accoglienza».
Su queste linee si possono trovare modi e tempi per stare tutti nella stessa battaglia: valorizzando le vertenze dei migranti, le differenze e i nuovi linguaggi, disinnescando gli interessi particolari, mettendo a disposizione (a partire dalle organizzazioni di massa) tutte le forze in campo. C'è voglia di partecipazione e abbiamo il dovere di non tradirla. Insieme.
Il quadro nel Paese non è immutabile. Neppure a Rosarno o nella Piana di Gioia Tauro, terre di grandi lotte popolari e bracciantili, del primo movimento antimafia italiano, di martiri (come il dirigente del Pci Peppe Valarioti, ucciso nel 1980 a Rosarno), di sindaci coraggio (come Peppino Lavorato), di persone capaci di stare vicine ai migranti anche in queste ore. Occorre lavorare su più livelli e sostenere lo sforzo, immaginando all'orizzonte una presenza nazionale a Rosarno - costruita con il contributo fondamentale delle energie locali - per restituire l'agibilità democratica a quel territorio. A Rosarno, paradigma di questo Paese.
* associazione daSud
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